EREDITA' E PARENTELA
 

L’elevata omogeneità dei corredi, soprattutto degli armati, depone a favore di una piccola comunità molto unita, formata da alcuni gruppi famigliari allargati. Anche le analisi antropologiche hanno evidenziato caratteri fisici ereditari riconducibili a legami parentali fra alcuni individui, che l’esame del DNA, per via sia materna che paterna, permetterà di ricostruire più puntualmente.
Una pratica sembra simboleggiare la trasmissione di un’eredità immateriale, verosimilmente fra uomini consanguinei: in vari insiemi di guarnizioni di cintura, coeve e coerenti, si trova qualche pezzo chiaramente estraneo al manufatto originario, che sembra provenire da una cintura più antica. Il fatto è evidente nella tomba 60, dove una placchetta ageminata è diversa dagli altri pezzi ed è invece molto simile a quelli della cintura della più antica tomba 69, dalla quale probabilmente proviene.
Anche le guarnizioni della tomba 142 comprendono un “intruso”: una placchetta con decorazione a spirali attribuibile in origine alla cintura multipla della vicina tomba 156. Questa è una fossa di riduzione in cui sono rideposti i resti di un inumato insieme a una selezione del suo corredo originario, che ha privilegiato la croce in lamina d’oro e la cintura. La tomba 142 ha inoltre restituito due scramasax: altra circostanza insolita che potrebbe dipendere dalla trasmissione di oggetti carichi di valenza simbolica.
L’usanza richiama l’atto di spezzare e distribuire porzioni di cintura ai discendenti, quale eredità simbolica di status e del legame famigliare documentato nei testamenti dell’VIII secolo, e testimonia il valore coesivo delle tradizioni del gruppo e dei legami di parentela ed esprime il senso di identità e di appartenenza a una ben definita discendenza e cultura.

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L'ARREDO LITURGICO DELLA CATTEDRALE NELL'ALTO MEDIOEVO
 

Vercelli, Biblioteca Capitolina. Isidoro di Siviglia, Etimologie, ms CCII, f. 35r., sec. IX. Su gentile concessione della Biblioteca Capitolare di VercelliI risultati degli scavi della basilica del Salvatore, fondata alla fine del IV secolo, permettono di ricostruire l’aspetto sobrio del suo primo allestimento interno con arredo liturgico ligneo. Ne sono prova i resti della solea del V secolo, una corsia di accesso al presbiterio posta sull’asse dell’edificio e racchiusa da transenne di legno.

Nel VI secolo l’attiguo battistero di S. Giovanni viene trasformato in chiesa e diventa la sede della cattedra del vescovo fino alla costruzione del Duomo attuale, che manterrà il ruolo di cattedrale e la dedica a Giovanni Battista, patrono di Torino.

A metà del VII secolo S. Giovanni era una basilica con fonte battesimale interno nella navata centrale; lo si desume dal racconto dello storico dei Longobardi Paolo Diacono (720-799) sull’assassinio del duca di Torino Garipaldo, avvenuto proprio in S. Giovanni nella Pasqua del 662, per mano di un sicario in agguato tra le colonnine di sostegno alla copertura del fonte. La citazione del tegurium e delle columelle evoca l’immagine di una struttura marmorea, di cui non si conserva alcun frammento.

Tra la seconda metà dell’VIII secolo e la prima metà del IX, le tre chiese del gruppo episcopale sono completamente rinnovate nei loro arredi. Il complesso scultoreo, con più di 80 pezzi, è tra i più importanti dell’Italia settentrionale. I marmi sono stati raccolti in tempi diversi, ma nessuno era al suo posto originario, in quanto già smontati, riutilizzati e dispersi durante la ricostruzione delle chiese degli inizi dell’XI secolo.Confronti tra miniatura e scultura: ricostruzione dell'effetto cromatico di un pilastrino

I
 motivi decorativi comprendono un ricco repertorio di intrecci geometrici e vegetali di omogenea e alta qualità esecutiva. Il colore doveva esaltare la complessità del disegno, verosimilmente derivato dai modelli miniati elaborati nello scriptorium vescovile.

Le differenti dimensioni degli elementi, più che le variazioni dei motivi, rendono difficoltosa la ricostruzione complessiva di arredi, che dovevano appartenere a ben tre chiese ed essere stati prodotti a più riprese.

L’ampio insieme del IX secolo è attribuito all’episcopato di Claudio (818-827) e dei suoi successori, entro la prima metà del secolo, periodo di intensa vitalità ecclesiastica e culturale per la Chiesa torinese, in stretti rapporti con la corte di Aquisgrana.


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LA NECROPOLI LONGOBARDA DI COLLEGNO

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IN CUCINA E A TAVOLA NEL MEDIOEVO

Avigliana, chiesa di San Giovanni, bacino architettonico in ceramica graffitaNel XIII secolo a Torino si commerciano vasi di terracotta utilizzati per diverse funzioni, dalla cottura dei cibi alla loro conservazione. Alcuni sono coperti da un rivestimento vetroso colorato che li rende impermeabili e gradevoli esteticamente. Questa tecnica, più complessa e costosa, è preferita per i recipienti destinati alla tavola per servire le bevande, cui si accompagnano fragili e preziosi bicchieri di vetro.

Un cambiamento nella produzione avviene dopo la metà del XIV secolo quando, con il superamento della grave crisi economica causata dalla peste, si afferma una nuova tecnica: la ceramica è rivestita di terra bianca (ingobbio) e poi invetriata. Diventa così possibile decorare le stoviglie da tavola con fantasiosi motivi geometrico-vegetali graffiti a punta e dipinti di giallo e di verde con ossidi metallici. Questa tecnica arriva dalla Liguria, dove già da tempo era in uso ed era stata introdotta da vasai provenienti dai paesi costieri del Mediterraneo e in particolare bizantini.

Le ceramiche graffite con decorazioni a vivaci colori suscitano meraviglia nei contemporanei e sono anche utilizzate, fin dalla fine del XIII secolo, per decorare le architetture.
Nel Quattrocento entrano nell’uso comune con veri e propri servizi da tavola. Aumentano le manifatture grazie alla politica di sviluppo economico attuata da Amedeo VIII di Savoia e arrivano ceramisti da altre regioni, in particolare dalla Lombardia, da dove migrano a causa della pressione fiscale del governo Spagnolo.

Forse si è trasferito dall’area padana il ceramista che dalla fine del XV secolo ha bottega presso la chiesa di San Giovanni, a ridosso delle mura romane, e sperimenta la produzione di ceramiche dipinte a vivaci colori, a imitazione delle più pregiate smaltate, ma prive del caratteristico rivestimento opaco a base di stagno.

Le ceramiche smaltate, rare a Torino, sono invece molto diffuse nel resto dell’Italia, dove i più importanti centri di produzione, romagnoli, marchigiani e toscani, perfezionano la complessa tecnica importata dal mondo islamico trattando le superfici come la tela di un pittore.

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RACCOLTE, RIUSI E DISPERSIONE DEI MARMI DELLA CATTEDRALE
Lastra della prima metà del IX secolo reimpiegata come architrave in una finestra del campanile del Duomo    Architrave, pilastrino e frammento di pluteo (lastra) di recinzioni presbiteriali del IX secolo rinvenuti negli scavi recenti del Duomo, ora esposti al Museo Diocesano
Il Castelvecchio di Testona e la sistemazione dei marmi in una fotografia degli anni Quaranta del Novecento (Fondazione Torino Musei. Archivio Fotografico dei Musei Civici) e allo stato attuale (foto Studio fotografico Gonella, 2013 MuseoTorino)

Filippo Vagnone, umanista piemontese, alla fine del Quattrocento raccolse i marmi provenienti dalle tre basiliche medievali, demolite per la costruzione del Duomo nuovo, e li trasferì al Castelvecchio di Testona, sua residenza. L’allestimento del lapidario sulle pareti esterne del Castevecchio e intorno a un nuovo portale è invece ottocentesco. Nel 1970-71 viene smurata gran parte dei marmi e portata al Museo Civico, che nel 1993 l’ha concessa in deposito al Museo di Antichità, dove finalmente è ora presentata al pubblico.
Pilastrini (prima metà IX secolo) acquistati dal Museo Civico dalle raccolte del Castelvecchio nel 1876, ora esposti a Palazzo Madama (Palazzo Madama - Museo Civico d'Arte Antica. Fondazione Torino Musei)






















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